17 marzo 2011. Celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Sono una donna di Se non ora quando.
Faccio parte di quel pacifico esercito rosa che il 13 febbraio ha riempito più di 180 piazze d’Italia. Appartengo alle donne che quel giorno manifestavano nelle piazze di Atene, Berlino, Boston, Bruxelles, Londra, Lussemburgo, Madrid, Strasburgo, Tokio, capitali del mondo, unitamente indignate contro la bassa cultura mediatica che ci vuole e ci chiede di essere senza soggettività veline, servitrici, obbedienti.
In Italia abbiamo visto donne del sud unite a donne del nord: Treviso e Agrigento erano sotto la stessa bandiera. Nelle piazze, dall’est a quelle dell’ovest, da Genova a Udine venivano gridati gli stessi slogan. Le stesse esigenze.
Non eravamo solo un milione come è stato detto eravamo molte di più.
Il grido era femminile, ma, poi, nelle piazze, non c’erano solo donne. C’erano anche gli uomini, nuovi, che volevano essere uguali. Uguali con le donne. Che volevano mettere dentro all’Italia cultura e soggettività femminile. Quella cultura e quel sapere soffocati e repressi, ricoperti dagli stereotipi mediatici ed esplosi come un sol canto quando il vaso è stato colmo ed abbiamo visto l’uso e la strumentalizzazione delle donne spingersi a livelli mai conosciuti prima.



Quale ricorrenza, quale celebrazione meglio di questa può porre la necessità profonda ineludibile di unità dell’Italia. Di tutte le italiane e gli italiani che si riconoscono in modelli nuovi, democratici, che si mettono in discussione, che ritengono il confronto tra le differenze il cammino necessario per la convivenza, che supera violenza e il mal vivere. Perché la violenza fa male. Fa male a tutti: a chi la subisce, a chi la vede, a chi la agisce.

Siamo scese in piazza per aprire le porte del ghetto della casa e del privato. Per rendere pubblica la nostra esistenza di donne, come di altri che non hanno voce.
Siamo la maggioranza del paese e tutto passa con il nostro consenso.
Ci siamo e ci saremo ancora in tutte le occasioni in cui vogliamo costruire democrazia, unità nell’ascolto, nell’inclusione e nella pace.
La storia si fa con noi. L’unità anche. Lavoriamo pensiamo, soffriamo e godiamo nel silenzio dei non potenti, ma poi i momenti in cui è necessario, usciamo.
Talvolta le cose sono passate con il nostro asservimento. Oggi vogliamo che passino con la nostra presenza libera e consapevole.

Siamo un paese malato. I modelli mediatici ci spingono verso l’individualismo, l’ indifferenza all’altro, la mancanza di senso civico e di solidarietà, ma ci sono anche tanti anticorpi e tante energie. Riusciremo ad uscire vittoriosi dalla crisi economica e dall’aggressivo degrado culturale che qualcuno vuole diffondere.

Siamo donne, e siamo uomini….
Di questa terra coloratamente diversa con le sue montagne e le sue pianure, i suoi mari, i suoi dialetti, le diverse invasioni, normanne, arabe, austriache, napoleoniche, spagnole che hanno costruito un magma ricco chiuso dalle Alpi e con il Mediterraneo che ci collega all’Africa.
Siamo un paese ricco di questo, perché la diversità è ricchezza ….
Un Paese eccezionale, straordinario che ha avuto uomini e politici illuminati e intelligenti, come in primis Cavour, Garibaldi che hanno dedicato il loro esistere a mettere insieme queste terre, ma anche quelli che si sono accodati ritenendo la cosa giusta e vincente per il progresso delle genti che vi abitavano, dentro alla penisola.
Sono stati uomini grandi che hanno unito e hanno fatto scoppiare la relazione pacifica tra i diversi sentire.
Noi siamo eredi di queste persone.
Come il 13 febbraio, qui a Treviso, abbiamo alzato la testa e lanciato i nostri palloncini rosa al cielo per ricordare che mai ci lasceremo sopraffare da conati autoritari e distruttivi, così oggi, in questa piazza, siamo per ricordare che rappresentiamo pezzi di umanità che derivano dagli uomini e dalle donne del Risorgimento che hanno voluto l’Italia unita.
Oggi siamo forti delle idee, della pacificità, della determinazione che era anche nelle donne del Risorgimento. Ricordiamo come il vecchio adagio che la piasa, che la tasa e che la staga a casa che mette le donne fuori dalla res publica sia stato già allora contestato dai fatti e dalle presenze femminili per costruire questo paese. Continuiamo lo stesso percorso.

Chiudiamo leggendo l’appello in cui la cittadina veneziana Maria Grazzianì, l’11 aprile 1848, durante il Risorgimento per indipendenza e l’Unità d’Italia , invita le donne della sua città alla formazione di un corpo femminile per la Guardia civica. Atto che ci indica, ancora una volta, come i grandi passi della storia siano sempre accompagnati dal protagonismo femminile.

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